La Puglia perde la sua gente. La popolazione residente al primo gennaio 2025 è di 3 milioni e 874mila persone, con un’emorragia rispetto all’ultimo anno del 4,2 per mille, pari a 157mila persone.
Altri dati forniti dall’Istat descrivono meglio il quadro complessivo. Il 63,5 per cento della popolazione è composto da cittadini tra i 15 e i 64 anni d’età, gli over 65 sono il 24,7 del totale. Il tasso di figli per donna è di 1,16 a confronto dell’1,18 nazionale. La Puglia occupa il decimo posto in Italia.
Il professor Gianfranco Viesti, docente di Economia al dipartimento di Scienze Politiche dell’università di Bari, studia questi fenomeni da tempo e inquadra la situazione pugliese.
Professor Viesti, perdere 157 mila abitanti in dieci anni è un fenomeno normale?
«È la discesa dei tempi che viviamo, una transizione demografica cominciata da tempo e di cui non si vede la fine. Questa transizione ha due componenti. Una naturale, la bassissima natalità che non compensa il numero dei morti; l’altra è la componente migratoria legata agli arrivi e alle partenze».
Perché non si fanno più figli?
«La bassa natalità è indice delle difficoltà delle giovani coppie di costruirsi una famiglia e l’Istat dice che gli italiano vorrebbero fare più figli, ma le difficoltà economiche, della casa, dei contratti di lavoro complica le cose e posticipano l’età del primo parto».
C’è solo una ragione economica?
«No, anche la carenza di servizi, soprattutto i nidi, non aiuta, anche se la Puglia sta migliorando grazie anche al Pnrr. Poi ci sono anche atteggiamenti culturali complessivi. In tutta Europa siamo sotto i due figli per coppia e anche se le coppie pugliesi si mettessero a fare figli, questo non cambierebbe il quadro perché ormai le donne in età riproduttiva sono molto diminuite. Questa transizione di cui vediamo oggi gli effetti è cominciata 50 anni fa».
Cosa occorre fare per arginare la migrazione dei pugliesi o il mancato ritorno di chi se ne va?
«Ci vuole sviluppo economico e bisogna attrezzarsi per accogliere e integrare popolazione straniera».
La ragione per cui si lascia la Puglia è il lavoro?
«Prevalentemente sì. Si cerca lavoro qualificato, ben pagato e garantito da contratti a tempo indeterminato. Vanno via sia i giovani molto qualificati sia con minore qualifica che cercano migliori condizioni di lavoro soprattutto al Nord e nell’Europa centro settentrionale».
In Puglia però il lavoro non manca. Molte aziende italiane e straniere si insediano qui.
«In Puglia c’è stato un forte aumento dell’occupazione, soprattutto in provincia di Bari. Questo aumento ha solo parzialmente risolto il problema, non lo ha risolto per i più qualificati».
Partono anche molti studenti che non tornano più. È così?
«Sì. È una preparazione alla migrazione per lavoro. Si va via spesso al passaggio dalla triennale alla magistrale e prevalentemente al Nord. Questi due dati aiutano a capire che poco dipende dalla qualità delle università, ma molto dalle prospettive di lavoro».
A chi compete fermare questa emorragia di giovani?
«Al governo nazionale, ma tutti i livelli di governo devono fare la propria parte. Ciò che manca, non solo con questo governo ma anche in precedenza, è una visione politica per cui questi flussi vanno governati meglio e bisogna offrire possibilità di lavoro che limitino l’eccesso di migrazione. Il nostro è un Paese squilibrato sia per i flussi da Sud a Nord sia dalle aree interne verso le città, lo squilibrio è eccessivo e questo provoca conseguenza molto gravi sui territori di partenza. Occorrerebbe avere come obiettivo politico un maggiore equilibrio, ma io non lo trovo nelle idee di nessun partito politico».
corrieredelmezzogiorno