Nella seconda metà del Settecento entra nel vivo il dibattito sulla convenienza o meno ad esportare all’estero la lana grezza o lavorata. Antonio Genovesi era convinto che esportare la lana grezza risultava alla fine un danno economico per diversi motivi: si perdeva l’occasione di incentivare e promuovere l’attività manifatturiera; si era costretti a comprare dall’estero i prodotti trasformati a prezzi anche decuplicati; si perdeva l’occasione di dare un’occupazione ai senza lavoro (Cfr. Targioni, Saggi fisici, politici ed economici, Napoli 1786, pp. 294-295).
Sulla questione l’accademico fiorentino Luigi Targioni lamenta i forti ostacoli posti al commercio interno dei prodotti lavorati, tanto che «torna più il conto ai Mercanti il vendere fuori di Stato le lane greggie e farle poi tornare lavorate, che il farle lavorare nel Regno, e spedirle fuori manifatturate» (ibidem, p. 302).Prendendo ad esempio i fiorentini che, pur comprando le lane dal di fuori del Granducato, ottenevano forti profitti dalla loro lavorazione, Targioni si chiede, condividendo le tesi di Genovesi, «quanto maggiore utilità deve ridondare per il Regno di Napoli dal promuovere in esso tale industria, mentre entro di esso possono raccogliersi ottime lane» (ibidem, p. 317).
Targioni, infine, dopo aver elencato e spiegato tutte le sue “ragioni” per comprovare l’assoluta validità di pianificare il Tavoliere con una censuazione perpetua, sente la necessità di aggiungere una postilla conclusiva con l’intento evidente di rafforzare le proprie tesi: riferendosi a Domenico Maria Cimaglia scrive con visibile enfasi che «ha Egli pure proposto la censuazione perpetua di quel territorio» (ibidem, p. 339).
D’altro canto – come già riferito –, Cimaglia non aveva ritenuto opportuno proporre di dare in censo locazioni a pastori poveri con un piccolo gregge. Pertanto, volendo comunque tenerli nella dovuta e giusta considerazione, aveva proposto che si assegnassero loro alcune locazioni con i migliori pascoli. Un’assegnazione, in regime di comunione tra pastori provenienti dalla stessa area geografica, che comportava l’obbligata divisione dei pascoli in base al numero di pecore realmente possedute da ciascuno di essi.
Targioni risulta fortemente contrariato da questa posizione del Cimaglia e non esita a scrivere – probabilmente con toni sproporzionati rispetto all’entità della questione – che «quelle ragioni le quali mi lusingo che avranno persuaso il Lettore del danno che arrecano gli affitti temporanei sembrano pure bastanti a dimostrare che si perderebbe tutto il vantaggio delle Censuazioni perpetue, se stabilita la generale censuazione degli erbaggi Fiscali al Corpo dei Locati, o a varie partite di essi, sotto il titolo di Locazioni fosse data la legge alle Locazioni dei poveri armentarj che si dovessero tra essi loro dividere il campo da tre anni in tre anni, come propone il Sig. Cimaglia» (ibidem, pp. 339-340).
Targioni contesta aspramente la riflessione dell’autore foggiano, secondo la quale «non si possa parlar di censuazione con la povera plebe locata» (D.M. Cimaglia, Ragionamento sull’economia …, Napoli 1783, p. 75), anche perché posseggono talmente poche pecore da non rendere concepibile l’andare e il venire da una regione all’altra.
Tenta di risolvere la questione adducendo che è stato lo stesso Cimaglia a parlare dei numerosi e piccoli greggi presenti in «Terra di Otranto, ove l’armento non si muove giammai dal campo stesso» (ibidem, p. 84). Appunto per questo – se gli esperimenti proposti lo dimostreranno – la transumanza delle pecore non sarà più necessaria, «converrà pure il Sig. Cimaglia non esservi alcun’ inconveniente in fare censuazioni anco con i Locati poveri» (Targioni, op. cit., pp. 340-341).
Se Targioni appare assai infastidito riguardo a come si intendono affrontare le questioni legate ai locati poveri, cambia del tutto atteggiamento quando descrive i vantaggi che deriverebbero alle regie entrate dalla censuazione perpetua, tanto da scrivere: «Né può credersi esagerato l’aumento di entrate Fiscali per trecentomila ducati annui, dato che il Sig. Cimaglia, poiché è da avvertirsi che Egli fonda questa sua proposizione sul progetto suo di fissare il prezzo delle censuazioni per ducati 43 il carro intendendo però, che tal esser possa il prezzo ragguagliato tra tutte le diverse qualità di erbaggi […] ma contesta l’istesso Sig. Cimaglia che non è erbaggio il men pregiato in quella contrada, che valga meno di ducati 56. il carro…» (ibidem, pp. 343-344).
Anche l’aspetto fiscale, di conseguenza, è per Targioni un altro tassello a favore della censuazione perpetua, visto che da facili stime sia possibile dedurre «l’aumento delle R. Entrate Fiscali maggiore assai dei ducati trecentomila proposti dal Signor Cimaglia» (ibidem).
E sui vantaggi che deriverebbero dalla censuazione perpetua del Tavoliere anche all’agricoltura, «articolo trattato già diffusamente in molti libri» (ibidem), Targioni valuta che«basterà il dire che il Sig. Cimaglia fà montare a ducati novantamila l’aumento di rendita che verrebbe a ritrarre dai campi frumentarii distribuiti a censo perpetuo il R. Fisco, quando ne fissasse il canone a ducati sessanta per carro.
Ma facendosi la censuazione secondo le stime, il canone dovrebbe essere ancor maggiore dei ducati sessanta…»(ibidem).L’accademico fiorentino può agevolmente concludere che complessivamente la censuazione perpetua del Tavoliere comporterebbe maggiori entrate fiscali per mezzo milione di ducati, oltre ad enormi vantaggi per i pastori, ed eliminerebbe«l’inconveniente di dover mandare da Napoli in Puglia i frutti i più necessari, come accade attualmente, la qual cosa ne rende gravosissimo il prezzo dovendo essere trasportati per terra per il lungo giro di una novantina di miglia» (ibidem, p. 445).
Per volontà dello stesso autore, i Saggi terminano «con le parole istesse del Sig. Cimaglia»(ibidem, p. 445), a conferma ulteriore della modestia del Targioni e dell’autorevolezza raggiunta dall’economista foggiano, originario di Vieste:
«Né sull’esecuzione di quanto si propone è punto a far dei misteri: che se le cose da noi dette, sembrino difficili a coloro, che sian lontani, e non intesi delle circostanze di questa Provincia, tutto altrimenti è per sembrare l’affare a chiunque delle faccende della Dogana di Foggia sia mediocremente informato. Tutta la difficoltà dell’opera si riduce alla scelta de’ probi uomini, che dovrebbero eseguirla, ed i quali altro non sappiamo tenere in mira, che la moderazione, il perfetto disinteresse, l’indifferenza per chicchessia, è ‘l vero utile della Nazione, colla quale va intrinsecamente congiunto il maggior bene della Corona.
Le viziose maniere degli Uffiziali esecutori del nostro foro sono assai conte e palesi: e quando per lo stabilimento del nuovo sistema ricorrer si voglia alle sottigliezze, ed alle viziose esattezze del foro, sempre sarà miglior consiglio il non pensar affatto quanto si è proposto. Alfonso I spedì alla grande nuova opera il Montluber, di cui non è sicuro, che sapesse ben scrivere, non che piatire in diritto.
Sotto la direzione di quel savio e prudente uomo crebbe l’armentaria sì grandemente tra noi, che si trovò angusta ogni vastità di erbaggio, per supplirne il bisogno. Le contese, che sorsero per appunto pel cotanto cresciuto armento, fecero cader la Dogana in mano del foro, e dall’istoria delle cose in quella avvenute, ciascun vede come un oggetto di pubblica beneficenza, per effetto della scrupolosità e finezze legali, sia divenuto un fondo poco profittevole, e della Corona, e della Nazione» (Targioni, op. cit., pp. 447-448; in Cimaglia, op. cit., pp. 133-134).
Ad avvalorare l’influenza del Targioni resta il fatto, sicuramente non irrilevante, che nel 1789 fu proprio un progetto dello studioso fiorentino ad essere preso in considerazione. Da esso derivarono precise direttive al Governatore della Dogana che, come attesta lo studioso nolano, cittadino onorario di FoggiaPasquale di Cicco, erano contenute nei dispacci dell’aprile del 1789 e «prescrivevano la censuazione affrancabile o l’affitto trentennale di alcune parti dei terreni soggetti alla Dogana», oltre ad opere di recupero di alcune aree scadenti del Tavoliere con l’obiettivo immediato di incrementare le entrate fiscali e di potenziare l’allevamento dei bovini.
Michele Eugenio Di Carlo
(Società di Storia Patria per la Puglia)